Metti una sera a cena con il VATE, Gabriele d’Annunzio

Aggiornamento: 7 feb



Ecco. Ascoltare in chiusura questa poesia, sussurrata magistralmente da Edoardo, mi ha fatto fare un salto carpiato all’indietro negli anni ‘80 e ‘90 nei quali, d’estate e nei week-end, frequentavo Marina di Pietrasanta, e conoscevo la Versiliana, luogo di dimora del Vate, adattato d’estate per una kermesse culturale, che originalmente richiamava un po’ le attività e la personalità del poeta.


Ebbi modo, nei primi anni ‘80, di conoscere Romano Battaglia, vero mentore della manifestazione. Ed il pathos, in una giornata estiva di pioggia, era perfettamente ascrivile con uno stato d’animo un po’ triste, un po’ cupo, come si evince ne “la Pioggia nel Pineto”.


Ma, tornando a noi, questa prima serata d’incontro del secondo semestre AR 19/20 non è stata monotematica. Abbiamo tratteggiato, con un toccante speach del Presidente Fabrizio Capaccioli, insieme alle immagini di Stefano Sgarella, l’infausta “partenza” – il 30 dicembre scorso – di un vero amico: Furio Ghezzi. Mery, al quale era legato sentimentalmente, ci ha fatto partecipi della sua disperazione. Ma le saremo vicinissimi.


Edoardo è un grande regista ed un raffinato interprete, abile nell’uscire dagli schemi del “Teatro dell’Arte”, per comunicare individualmente emozioni: un po’ com’era il Vate, così soprannominato (mai un attributo fu così calzante) per le sue visioni profetiche di democrazia reale, per l’ardimento necessario, per l’applicazione di un’antica massima romana “Si Vis Pacem Para Bellum”. Ebbene, sul palco abbiamo avuto (sorpresa?) un altro grande attore: Franz Sarno.


Franz, nostro socio ed amico, con altrettanta maestria, ha tratteggiato gli eventi che hanno caratterizzato il “grimpeur” d’Annunzio nella vita “politica” e “para-sentimentale” del Profeta, della sua amicizia con Marinetti (il Futurismo), in un epoca nella quale subimmo una “Caporetto”, “grazie” ad una futura “Volpe del Deserto”: Erwin Von Rommel. Si usciva con le ossa rotte dalla prima guerra mondiale e serpeggiava la dottrina di Lenin, ma D’Annunzio s’inventò “Fiume” (oggi Rijeka) con un bombardamento di manifesti (antesignano anche in questo), poi la costituí come una “Città Stato” futuristica, immaginifica, delle parità individuali, senza costrizioni di genere per i sudditi. Durò poco, ma rimase imperituro nel ricordo dei dalmati (nei primi anni ‘70 mi fermai a Rijeka, per un paio di giorni di ritorno da una vacanza nell’isola di Pag, ospite di una famiglia. Parlavano bene l’italiano è rimpiangevano gli italiani).


Questi racconti, tra Edoardo e Franz, si sono intersecati come se ci fosse stata una grande regia preventiva. Ebbene, “no”. Tutti e due, assolutamente complementari, ci hanno “raccontato” a “braccio”, facendoci vivere il giornalista, lo scrittore, il poeta, cioè il “personaggio” Gabriele D’Annunzio, con questa frase coniata da Mussolini in persona: D’Annunzio è come un dente cariato: “o lo estrai, o lo ricopri d’oro”.


Fu così che, il Vate, visse splendidamente gli ultimi lustri della sua rocambolesca esistenza a Gardone Riviera, al “Vittoriale”, oggi un museo, mantenuto mirabilmente da Giordano Bruno Guerri, correndo dietro a donne, e componendo poesie che turbano e chetano l’anima. Pietro Bagnato ha suggerito un’incursione prossima ventura in quel del ”Vittoriale”: bella idea, per consolidare le emozioni di questa serata indimenticabile, di grande cultura intrisa, e di grandissima amicizia manifestata.


Non si poteva iniziare meglio l’anno, perché avremo, venerdí 24 gennaio, in un “crescendo Rossiniano”, c/o la Sala Affreschi dell’ Umanitaria, un altro grande evento… Giuseppe “Pino” Battaglia – “non” giornalista


* * * * *


Nota: “Metti una sera a Cena con il Vate” è il titolo della serata di cui sopra, e richiama un film del 1969 (Metti, una sera a cena) di Giuseppe Patroni Griffi, ove un gruppo di amici, uomini e donne, si riunisce periodicamente per cena, finché un gioco erotico disturba i presenti; che, poi, era la strategia quintessenziale del Vate, in quel del Vittoriale”.


Gran parte delle invenzioni lessicali, e di allocuzione, di cui si appropriò poi la propaganda, furono coniate da Gabriele D’Annunzio nel 1917, dopo la Grande Guerra, “prendendo a prestito” – in particolare – testi di Giovanni Pascoli.


La pioggia nel pineto è una lirica composta fra luglio e agosto 1902 dal poeta Gabriele D’Annunzio nella celebre Villa La Versiliana, dove abitava immerso nel verde della pineta della Villa a Marina di Pietrasanta in Versilia. Quest’opera appartiene all’Alcyone, una raccolta di poesie di D’Annunzio scritte tra il giugno del 1899 e il novembre del 1903.







La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane.

Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione.

Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitío che dura e varia nell’aria secondo le fronde più rade, men rade. Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, nè il ciel cinerino. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancóra, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immersi noi siam nello spirto silvestre, d’arborea vita viventi; e il tuo volto ebro è molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre, o creatura terrestre che hai nome Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo delle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce; ma un canto vi si mesce più roco che di laggiù sale, dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco s’allenta, si spegne. Sola una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non s’ode voce del mare. Or s’ode su tutta la fronda crosciare l’argentea pioggia che monda, il croscio che varia secondo la fronda più folta, men folta. Ascolta. La figlia dell’aria è muta; ma la figlia del limo lontana, la rana, canta nell’ombra più fonda, chi sa dove, chi sa dove! E piove su le tue ciglia, Ermione.

Piove su le tue ciglia nere sìche par tu pianga ma di piacere; non bianca ma quasi fatta virente, par da scorza tu esca. E tutta la vita è in noi fresca aulente, il cuor nel petto è come pesca intatta, tra le pàlpebre gli occhi son come polle tra l’erbe, i denti negli alvèoli con come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti (e il verde vigor rude ci allaccia i mallèoli c’intrica i ginocchi) chi sa dove, chi sa dove! E piove su i nostri vólti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude, o Ermione.